Avevano ragione i no global,

 

Parlando a Bruxelles, Padoan ha detto che occorre un sussidio di disoccupazione europeo, perché in assenza dell’aggiustamento del cambio, o svalutazione,  la risposta alle crisi avviene con l’abbassamento dei prezzi, per vendere,  e dei costi per non andare in perdita, “intervenendo con la compressione del mercato del lavoro”  cosidetto JobAct.         Quest’idea non nuova “risale agli anni ‘70”.   La misura del sussidio deve essere “di natura temporanea”, perché “sarebbe controproducente se ci fosse un trasferimento permanente di risorse da un Paese all’altro”.

L’espressione “compressione del mercato” è pudica al limite del criptico. Ve la traduco. Se il resto del mondo va in crisi, compra di meno da noi.    Visto che il cambio non può flettersi, per rilanciare le esportazioni dobbiamo far calare i prezzi dei nostri prodotti, e quindi i rispettivi costi, primo fra tutti quello del lavoro che è un costo fisso.    Ma siccome nessuno accetta volentieri un taglio del salario, ecco che con austerità pilotata e jobs act si crea volutamente un po’ di disoccupazione, sperando che chi si trova a spasso accetti di farsi pagare di meno, e che ciò ci renda più “competitivi” (cioè più convenienti per l’estero) e vendere i nostri prodotti. Unico neo: senza lavoro non si campa e non si spende. Per rimediare a questo effetto collaterale, mamma Europa dovrebbe raccogliere risorse dai paesi in crescita, e ridistribuirle via sussidio di disoccupazione a quelli in crisi. Chiaro il concetto?     Padoan ha confessato che quando l’aggiustamento non lo si fa col cambio, lo si fa con la disoccupazione, e che questa cosa è nota fin dagli anni ’70.

In effetti, a quei tempi Luciano Barca ammoniva che l’integrazione monetaria europea era “una politica di recessione e di deflazione antioperaia”, e Padoan oggi, a danno ormai fatto, ce lo conferma. Allo studioso fattosi politico mi viene da porre una sola domanda: caro Pier Carlo, visto che tutti sapevano che questo sussidio era necessario, secondo te perché nessuno ha imposto che lo si allestisse prima di entrare nella moneta unica? Forse per lo stesso motivo per il quale i nostri governi hanno accettato il Fiscal compact prima che si approvassero gli eurobond, o l’Unione bancaria prima che si creasse un’assicurazione europea sui depositi bancari.

Mi umilia questo comportamento dei nostri governi, che prima accettano patti penalizzanti per noi, e poi mendicano pietà; e mi scottano le parole di Wolfgang Munchau, che ha definito questa prassi “un miscuglio di codardia e incompetenza”: se dicono Nein i tedeschi, in effetti, potremmo dirlo anche noi. Certo, da loro abbiamo molto da imparare: come truccare un motore Diesel, come imbottire di subprime Deutsche Bank, come salvare con 16 miliardi di denaro pubblico Nordbank, e così via… Ma non mi sentirei troppo in soggezione per questo. Aggiungo due parole su un altro preclaro personaggio proveniente dallo stesso dipartimento: Mario Draghi. Di lui non posso avere alcun ricordo personale: ci separano anagrafe e carriera. Però, in qualche modo, gli sono affezionato: gli devo la più azzeccata delle mie previsioni, quella emessa il 30 luglio 2012, quando specificai sul mio blog che non sarebbe riuscito a far nulla di risolutivo per la crisi dell’Eurozona. Infatti non c’è riuscito, e l’ha ammesso: il 4 febbraio ha detto che forze globali congiurano a mantenere bassa l’inflazione. Abbiamo così appreso due cose: che l’inflazione bassa è un problema (ma non era un vantaggio?), e che creare un impero europeo per contrastare i mercati globali non serve a nulla.     Prevederlo era facile, anche perché, se ci fate caso, le forze globali c’entrano ben poco: la colpa è nostra.

Abbiamo fatto l’euro per comprimere i salari, e ora ci lamentiamo che i prezzi non crescano abbastanza. Recriminazioni che, se la gente non crepasse di fame, farebbero crepare dalle risate.

 

CAPITALISMO ESTINTIVO

Il recentemente scomparso filosofo Costanzo Preve affermava  che, il probabile fattore della rottura del presente sistema capitalistico finanziario, arriverà, prima o poi, ma inevitabilmente arriverà, in forma di reazione della stessa natura umana, che è sì adattabile, ma non infinitamente comprimibile alle sempre più dure trasformazioni delle condizioni di vita che, il detto sistema e i suoi avidi mercati gli impongono.

Trasformazioni continue che non portano maggiori investimenti, o migliori produzioni, né a piena e stabile occupazione, néppure a un progresso e/o di superiore civiltà, ma sempre più a una continua individualistica lotta quotidiana per la sopravvivenza,  nella continua competizione a 360° in un eterno presente, assolutamente amorale e destoricizzato  praticamente, all’homo homini lupus o al bellum omnium erga omnes di hobbesiana memoria, cioè a una condizione asociale amorale.

L’homo sapiens, si sta comportando, come al meccanismo finanziario che genera una quantità potenzialmente infinita di ricchezza monetaria, esattamente come fa il topino di laboratorio con gli elettrodi infissi direttamente nei centri cerebrali del piacere, il quale prende ad azionare freneticamente e incessantemente la leva che gli manda la scarica, trascurando di mangiare e di bere, finché non muore. Quel meccanismo dà non solo piacere, ma anche dipendenza, perché, quando rallenta, le borse e i ratings crollano e si profila la catastrofe: i mercati esigono che la leva sia azionata ancora più intensamente, sempre più intensamente… Pertanto è oggettivamente improbabile che il genere umano arrivi a fermare questo meccanismo, a interrompere il corto circuito che lo sta bruciando.

 

Avevano ragione i no global,ultima modifica: 2016-02-13T20:23:58+00:00da oscarrafffone
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